Buio. Non se lo aspettava. Soffocò un'imprecazione per le due frasi aggiunte ad un documento dall'ultimo salvataggio, per le conversazioni in chat ma soprattutto per l'interruzione delle semplici ma tranquillizzanti abitudini in cui si crogiolava alla sera. Si concesse un attimo di riflessione per raccogliere la volontà e l'energia per litigare con il contatore. Ed il silenzio lo rapì.
Solo il lontano brusio del frigorifero affiorava a tratti in una stanza insolitamente quieta: ferme le ventole affannose del computer, azzittito lo stereo, silenti anche i reostati, abitualmente loquaci, delle lampade. Si ricordò del cellulare con la sua luce incorporata, imboscato da qualche parte sulla scrivania, ma ne interruppe la cieca ed infruttuosa ricerca con l'improvvisa consapevolezza di non averlo ancora ricaricato per pigrizia.
A fatica si scosse dal torpore. Si alzò dalla sedia, sgranchì le gambe appesantite dalla prolungata permanenza al computer e si incamminò nell'oscurità della stanza. Lo zaino che di ritorno a casa aveva gettato con noncuranza a terra - quasi a prendere le distanze dalla monotonia della giornata lavorativa - gli finì, non visto, trai piedi.
Riuscì a non cadere e con cautela, stavolta eccessiva, si fece largo tra gli ostacoli seminati dall'incuria quotidiana. Giunto all'ingresso, invertì le mandate di chiave con cui subito dopo la cena frugale aveva serrato la porta e spalancò l'uscio.
Alla luce del pianerottolo ebbe per un attimo la certezza che la tecnologia stesse ridendo alle sue spalle: non era scattato il salvavita ma, probabilmente, il contatore nell'androne del palazzo.
Si rituffò nelle tenebre della sua camera per ripescare le scarpe che aveva schivato giusto pochi minuti prima: il solo pensiero di uscir di casa in pantofole, infatti, lo metteva a disagio. Così calzato, prese le chiavi di casa e quelle dello sgabuzzino, chiuse la porta e chiamò l'ascensore spiando dal pertugio tra le ante metalliche l'allontanarsi del contrappeso e l'avvicinarsi della cabina.
Si lasciò trasportare dalla fantasia mentre il montacarichi lo portava nel suo grembo fino a destinazione; in caduta libera nei suoi pensieri non volle interromperli e rimandando la riaccensione della luce si diresse verso il portone senza curarsi di non avere la giacca.
Camminò a lungo, senza meta, per le vie del quartiere a quell'ora poco trafficate mentre i fili nella sua mente si aggrovigliavano e dipanavano placidamente. Ormai stanco si fermò a contemplare il volo di una falena attratta inesorabilmente dall'insegna al neon di un negozio chiuso da ore. Sorrise e si diresse verso casa.
Solo il lontano brusio del frigorifero affiorava a tratti in una stanza insolitamente quieta: ferme le ventole affannose del computer, azzittito lo stereo, silenti anche i reostati, abitualmente loquaci, delle lampade. Si ricordò del cellulare con la sua luce incorporata, imboscato da qualche parte sulla scrivania, ma ne interruppe la cieca ed infruttuosa ricerca con l'improvvisa consapevolezza di non averlo ancora ricaricato per pigrizia.
A fatica si scosse dal torpore. Si alzò dalla sedia, sgranchì le gambe appesantite dalla prolungata permanenza al computer e si incamminò nell'oscurità della stanza. Lo zaino che di ritorno a casa aveva gettato con noncuranza a terra - quasi a prendere le distanze dalla monotonia della giornata lavorativa - gli finì, non visto, trai piedi.
Riuscì a non cadere e con cautela, stavolta eccessiva, si fece largo tra gli ostacoli seminati dall'incuria quotidiana. Giunto all'ingresso, invertì le mandate di chiave con cui subito dopo la cena frugale aveva serrato la porta e spalancò l'uscio.
Alla luce del pianerottolo ebbe per un attimo la certezza che la tecnologia stesse ridendo alle sue spalle: non era scattato il salvavita ma, probabilmente, il contatore nell'androne del palazzo.
Si rituffò nelle tenebre della sua camera per ripescare le scarpe che aveva schivato giusto pochi minuti prima: il solo pensiero di uscir di casa in pantofole, infatti, lo metteva a disagio. Così calzato, prese le chiavi di casa e quelle dello sgabuzzino, chiuse la porta e chiamò l'ascensore spiando dal pertugio tra le ante metalliche l'allontanarsi del contrappeso e l'avvicinarsi della cabina.
Si lasciò trasportare dalla fantasia mentre il montacarichi lo portava nel suo grembo fino a destinazione; in caduta libera nei suoi pensieri non volle interromperli e rimandando la riaccensione della luce si diresse verso il portone senza curarsi di non avere la giacca.
Camminò a lungo, senza meta, per le vie del quartiere a quell'ora poco trafficate mentre i fili nella sua mente si aggrovigliavano e dipanavano placidamente. Ormai stanco si fermò a contemplare il volo di una falena attratta inesorabilmente dall'insegna al neon di un negozio chiuso da ore. Sorrise e si diresse verso casa.